sabato 7 aprile 2007

Il razzismo dei sangiovannesi

“Volevamo braccia, sono arrivati uomini”.

(Max Frisch)



Dopo la caduta del Muro di Berlino e il conseguente crollo del comunismo molti Paesi dell'Europa dell'Est, senza dimenticare ovviamente quelli dell’Africa centro-settentrionale, molto prima dell'ingresso nell'Europa che conta, hanno conosciuto un fenomeno immigratorio forse senza pari nel Novecento; nel corso di questi anni, in effetti, il Paese che ha sentito maggiormente l'ondata immigratoria è stata l'Italia; un'ondata che si è sparsa a macchia d'olio dapprima in maniera omogenea (la Puglia e il Nord-Est furono le prime zone geografiche più interessate dal fenomeno) e, poi, in modo eterogeneo. Albanesi, rom, rumeni, polacchi, marocchini, nigeriani, indiani, filippini, pachistani e cinesi sono quelli che, sopra gli altri, hanno dovuto espatriare dalla loro terra natìa.

Passando dal generale al particolare, però, vorrei soffermarmi, in qualità di semplice cittadino sangiovannese, su quanto è accaduto nella nostra città, sulle trasformazioni sociali e sul livello di convivenza tra la popolazione locale e i nuovi arrivati.

Durante questi anni, vuoi occasionalmente, vuoi dopo incontri, ho avuto modo, e fortuna, di poter individuare, tra la stragrande maggioranza dei miei concittadini, che il sentimento di cui si nutrono quotidianamente nei confronti dei cittadini extracomunitari e dell’Europa dell’Est è dato, senza ombra di dubbio, da un vergognoso e abietto razzismo.

Un razzismo a volte strisciante, in alcuni casi palpabile, in certi frangenti latente, in date occasioni lapalissiano.

Da che cosa discende questo comportamento che tanti danni e morti ha provocato nella storia del XX secolo assassino, secondo la felice espressione di uno dei politologi più rinomati, vale a dire Ralf Dahrendorf?

Secondo il mio punto di vista, questo atteggiamento dipende da un elemento molte volte trascurato, ma spesso decisivo: l’ignoranza della gente, un’ignoranza dovuta ad un invasivo provincialismo e ad una scarsa (per non dire nulla) conoscenza della storia, perlomeno quella recente.

Molti abietti sangiovannesi, arroganti, con le tasche piene di soldi, avidi, abili sfruttatori, fanno finta di dimenticare che non molti decenni fa gli albanesi eravamo noi italiani, e meridionali in particolare.

Il giornalista del Corsera, Stella, anni fa, in un saggio storico-sociologico intitolato “l’Orda, quando gli albanesi eravamo noi”, ha scritto: “La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro questa ‘maledetta razza di assassini’. Cercavamo casa schiacciati dalla fame d’essere sporchi come maiali. Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente eravamo ‘tutti siciliani’”.

La storia, dunque, non va mai dimenticata.

Come ha scritto giustamente Frisch, i cafoni sangiovannesi aspettavano braccia – braccia che avrebbero dovuto arricchire le tasche dei nostri comici impresari – e si son ritrovati uomini, uomini con una storia personale di tutto rispetto, con una dignità da preservare, con un orgoglio da difendere, e con una cultura da mostrare a questi bigotti e nani sangiovannesi.

Quando, spesso, si parla della ricchezza che questa città ha saputo accumulare, legalmente e illegalmente, il più delle volte ci si dimentica che un aiuto determinate proviene proprio da questi nostri fratelli, sempre più relegati ai margini della società locale.

Basta, d’altronde, farsi un giro negli alberghi o nelle altre attività commerciali della nostra città per comprendere, e bene, in quale stato sono accolti le centinaia di immigrati, legali e clandestini, che da anni, oramai, fanno parte a tutti gli effetti del nostro vivere comune.

Disprezzo, sberleffi, indifferenza e ostracismo sono, in base a quello che ho visto, il modus operandi che ho potuto riscontrare; un cancro che tanti danni potrebbe recare al vivere civile della nostra comunità; il livello di sopportazione ha raggiunto picchi che, quando meno ce lo aspettiamo, potrebbero scatenare rivolte sociali poi difficilmente sanabili.

Mi son chiesto: sarà paura del nuovo arrivato? Difficile. Desiderio di difendere la cultura locale? Impossibile anche perché non abbiamo né una cultura né degli intellettuali che la sappiano propagare.

Nei discorsi della gente, quindi, si sente parlare di questi immigrati come di criminali, di bande assassine dedite perlopiù allo spaccio, al latrocinio e alla violenza. È un modo, questo, per nascondere e fingere che gli unici responsabili, morali, politici e sociali, dello sfascio di questa città sono proprio gli abitanti locali. Si scarica su questa povera gente colpe solamente nostre. È un modo, questo, di ritardare un profondo esame di coscienza di cui tutta la collettività ha davvero bisogno; un bisogno impellente, doveroso, obbligatorio che si seguita a rinviare sine die.

Ogni tanto vorrei sentire dall’associazione degli albergatori, presieduta se non vado errato da Franco Fini, qualche mea culpa sullo sfruttamento indecoroso e penalmente perseguibile che ai giorni nostri è davvero inaccettabile; qualche mea culpa sulle omissioni che nel corso di questi anni sono state interpretate ai danni di questi cittadini del mondo, senza tanti affetti e senza una dimora sicura.

E invece? Invece, tutti tacciono: forze politiche, forze dell’ordine, parrocchie, associazioni e stampa (ma esiste davvero una stampa degna di questo nome nella nostra città che sappia denunciare le malefatte che vengono perpetrate ai danni della gente perbene?). Tutti tacciono perché il dio denaro, il progresso, l’arricchimento sfrenato e illegale contano molto di più dell’essere umano, soprattutto se questi ha un colore, religione, razza diversi da quella italiana.

D’altronde, di fronte al nanismo di questo sindaco, alla decrepitezza dei nostri parroci, e all’illegalismo dei nostri pseudo-imprenditori, all’indifferenza di buona parte della cittadinanza ogni discussione su un tema così scottante e delicato è solo esercizio retorico…

lunedì 12 febbraio 2007

Sindaco, vada a casa!

Sindaco Mangiacotti,

son passati quasi due anni dall’insediamento a Palazzo di Città della sua giunta; dopo gli anni nefasti e incresciosi della giunta Squarcella, senza dimenticare ovviamente quelli del commissario prefettizio, l’aprile del 2005 sembrava dovesse essere ricordato come il mese del grande risveglio dopo anni di letargo, crisi, decadimento politico, morale e sociale.

Gli esiti alle urne furono per lei a dir poco trionfanti; il codazzo di lacchè che si portava appresso era già pronto per festeggiare la grande abbuffata che intorno a lei si stava già preparando e apparecchiando; d’altronde, l’umiliazione dei suoi oppositori fu cocente e senza possibilità di accampare scuse.

I vari Impagliatelli, Canistro, Pennelli, Scaramuzzi, De Bonis dimostrarono tutta la loro inefficacia e incompetenza nel condurre la campagna elettorale: impacci, aridità culturale e poco appeal furono, a mio parere, alla base del loro clamoroso e scontato insuccesso. Un insuccesso non solo politico ma, soprattutto, personale.

Lei, miracolosamente, fu in grado di trarne vantaggio; un vantaggio mastodontico, frutto dello scontento che serpeggiava tra gli abitanti sangiovannesi e delle promesse (chimeriche) che lei aveva distribuito come neanche Gesù Cristo!
I suoi sepolcri casalinghi verranno ricordati per anni: di casa in casa, di domicilio in domicilio dal saccone elettorale regalava pani e pesci, come nella peggiore tradizione democristiana.
Gli illusi e sbalorditi paesani, inginocchiatisi all’arrivo del nuovo messia, le diedero fiducia e preferenze. Un patrimonio di oltre 8 mila voti. Un patrimonio che, almeno in principio, sembrava invulnerabile, immarcescibile.

Dopo il viaggio sulla Luna, durato quasi un anno, il ritorno alla realtà, quella vera, è stato terribile e doloroso. Le promesse che lei aveva distribuito a man basse si sono trasformate in cambiali da rispettare; l’ufficio di Palazzo di Città pare sia diventato un grande ufficio di collocamento dove grandi e piccini, bavosi e disperati e illusi, cercano in tutti i modi di farle rispettare il mega-contratto che con i medesimi aveva stipulato mesi or sono.

La sua testa, Sindaco Mangiacotti, a furia di emettere vergognosi e ipocriti yes, pare oramai una palla che, continuando a rotolare, non riesce più a fermarsi. Un frullatore in perenne movimento.
La sua maggioranza, Sindaco, che sembrava ferrea e immune da qualsiasi ribaltone, si è convertita ad un grande colabrodo; la sua giunta, un continuo ribaltamento di poltrone: persone sbagliate al posto sbagliato; partiti, Ds e Sdi in primis, trasformati in comitati esclusivi dove l’accesso è riservato ai fedelissimi.

In questi giorni, Sindaco, come lei saprà meglio di chiunque altro, il suo’amato’ vice-sondaco, il famigerato Cappucci (il nipotino è già pronto per succedergli), è stato sfiduciato palesemente da membri dello stesso partito che fino a qualche mese fa erano i più fidati commensali del caporione socialista. Bene.

Sindaco Mangiacotti, a ben guardare, definire il suo governo in crisi è a dir poco superfluo. Cambi di poltrone, mozioni di sfiducia, ritorni in politica vergognosi sono i motivi principali che dovrebbero indurla a dimettersi in quanto principale responsabile di questo sfascio. Uno sfascio prevedibile perché con questa giunta non si poteva andare da nessuna parte. Uno sfascio ancora rimediabile se lei avrà il coraggio, l’onestà intellettuale, la dignità di rimettere nelle mani degli elettori il mandato che tanto fiduciosamente e speranzosamente le avevano conferito.

Cosa aspetta a fare il passo necessario, obbligato? Cosa deve ancora accadere perché lei abbandoni la vellutata e ben remunerata poltrona di primo cittadino?

Se ha rispetto per se stesso, torni a casa e si ritiri a vita privata. Per sempre!

venerdì 26 gennaio 2007

Libreria e San Giovanni Rotondo, di: Valeria Lauriola

“Lo scrittore è l'arco, il libro è la freccia, il cliente è la mela, il libraio è quello che tiene in testa la mela”



“-I libri costano troppo – mi disse un signore, salendo sulla sua macchina da duecento milioni”



“ Forse gli editori non hanno fiducia nei lettori, i lettori non l'hanno negli editori, i librai non l'hanno né nei lettori né negli editori. Ma tutti hanno fiducia nei libri, e il miracolo si ripete.”


Stefano Benni





Umberto Eco, descrivendo la differenza tra le librerie di un tempo e quelle odierne, racconta che “quando io ero studente la libreria era un luogo umbratile, dove appena entravi venivi avvicinato da un signore distinto che ti chiedeva inquisitoriamente che cosa volevi. Ovvio che, se non eri entrato con un titolo preciso in mente uscivi subito, balbettando qualche parola di scusa. Occorreva essere intimi di un libraio per poter fare quello che ogni amante dei libri desidera fare, e cioè passare ore tra gli scaffali, annusando, leggendo bandelle, frugando sui ripiani alti – e insomma imparando di più perdendo tempo senza comperare che a comperare e a leggere un libro solo. Le librerie di oggi sono per fortuna un luogo dove la gente può scoprire libri che non conosceva, guardare, toccare, e dove soprattutto si trovano persone che attraverso il computer ti sanno dire quale sia il titolo che avevi dimenticato..” .

Il fatto di toccare i libri, la fisicità mi viene da dire, è a mio parere una caratteristica vincente per chi scelga di fare il libraio.

Credo che in definitiva sia stato proprio il piacere del tatto che ha reso possibile il miracolo: a dispetto di siti internet che svendono libri, offrendo sconti che per una libreria, soprattutto se piccola e non in franchising come la mia, sarebbe impossibile fare, queste ultime non si siano ancora estinte come i dinosauri!

Detto ciò, non voglio nascondermi: aprire una libreria in Italia è dura, aprirla sotto la cosiddetta “Linea Gotica” lo è ancora di più.

In Italia si legge poco, non esistono vere scuole che insegnino il mestiere, a differenza, per esempio, della Germania e soprattutto non esiste una vera legge sullo sconto, cosa che porta gli ipermercati o le grandi catene a praticare sconti che fagocitano il mercato e rendono la vita ardua alle librerie indipendenti (in Francia e Germania è fissato per legge il tetto massimo dello sconto).

Insomma, fare il libraio non è sicuramente uno dei mestieri più facili!

Tanto che, tre mesi fa, quando ho aperto la libreria, non avevo assolutamente idea di ciò che sarebbe successo, ero pronta ad ogni eventualità: a San Giovanni, si sa, le librerie non hanno mai avuto vita facile.

Tengo a precisare che non è tutta colpa degli abitanti: è facile dire “qui non si legge, si pensa solo a riempirsi la pancia” e si snocciolano a mò di esempio, nomi di altre realtà italiane dove la cultura è tenuta in grande considerazione. Sono infatti fermamente convinta che l'amore per la lettura debba essere instillata fin da piccoli, tramite tutta una serie di servizi/strutture che facilitano la fruizione dell'oggetto-libro. Insomma, se ci sono librerie in attivo, biblioteche ben fornite e vitali, eventi culturali periodici sponsorizzati dal Comune, percorsi di lettura nelle scuole, è chiaro che la vita del libro è più facile, perché quest'ultimo non viene più visto come “oggetto alieno”, ma al contrario, come qualcosa di famigliare e oserei dire necessario.

E' riduttivo quindi dire che al Sud non si legge, tanto più che negli ultimi tempi si sta, anche se faticosamente, avvertendo un'inversione di tendenza; basti pensare alla folla di persone accorsa alla Feltrinelli di Bari per accogliere Gianrico Carofiglio e il suo ultimo libro con un'ovazione solitamente riservata alle rock star; o agli eventi letterari pugliesi (i Dialoghi di Trani per esempio) che fanno sempre registrare il tutto esaurito.

O, ancora, allo sforzo che sta compiendo da qualche anno l'Associazione I Presidi del Libro, creata da vari editori pugliesi, tra cui la Laterza.

Tra l'altro, questo è uno dei rarissimi esempi in cui siamo noi ad esportare cultura alle altre regioni italiane: infatti, seguendo l'esempio pugliese, sono nati i Presidi anche in Piemonte, Emilia Romagna e Sardegna.

Tutto questo preambolo è per dire che lamentarsi dei propri concittadini, oltre che semplicistico è ingiusto. Ovviamente non posso nemmeno affermare che sia facile gestire (e soprattutto tenere in attivo!) una libreria in questa realtà. Quotidianamente mi scontro con tante piccole difficoltà, problemi di distribuzione, in primis, perché si sa, gli editori preferiscono trattare con le grosse realtà.

Il bilancio però, finora, è sicuramente positivo: la libreria è animata, molta gente entra e ama sfogliare e soffermarsi sulle ultime novità; di solito quelli che entrano la prima volta, poi ritornano e questo è il piacere più grande, perché significa che dall'esterno si avverte l'impegno che ci metto nell'offrire un luogo stimolante, che generi curiosità e che non sia pieno solo dei soliti best seller, tanto che ai cosiddetti “libri di catalogo” offro uno spazio considerevole, vista la metratura non elevata della libreria.

Un'altra grande soddisfazione è il numero di giovani frequentatori: qui l'età media è relativamente bassa e i loro acquisti non sono mai banali o scontati.

A livello di vendite, il periodo natalizio è andato molto bene, oltre l'insperato, direi.

Adesso però è arrivato il momento più difficile: se i primi mesi a fare da molla c'è stata la curiosità, e poi un grande evento come il Natale, ora si tratta di fidelizzare, per così dire, i clienti già acquisiti e cercarne di nuovi, oltre ad offrire più servizi, come eventi e incontri culturali, corollario essenziale per un posto che mette la cultura al primo posto, che però ovviamente richiedono tempi e sforzi aggiuntivi.

Se gennaio è stato dedicato all'inevitabile inventario, da febbraio ci saranno in calendario una serie di iniziative e anche di sorprese che non voglio svelare ora, ma che sono certa andranno ad arricchire ulteriormente l'offerta culturale della libreria.



Valeria Lauriola

lunedì 15 gennaio 2007

Vicini al disastro ambientale

Se la follia umana non troverà una pillola che la possa curare, e se questa pillola non sarà vietata dai folli che ci vogliono in incessante moltiplicazione, il ‘regno dell’uomo’ arriverà a malapena al 2100. Tra un secolo, di questo passo, il pianeta Terra sarà mezzo morto e gli esseri umani anche.

(Sartori)



In questi giorni – in coincidenza anche con la stagione invernale più calda che si sia mai registrata dal 1860 ad oggi – dopo i recenti studi e le istruttive indagini che la Commissione Europea ha messo in evidenza sul ecosistema italiano non solo alla stampa internazionale specializzata ma anche a noi comuni mortali, mi sembra opportuno trasferire, vista la gravità della situazione, questo fardello sulla nostra comunità.

Faccio, pertanto, delle considerazioni e, al contempo, lancio, molto modestamente, ai nostri governanti locali qualche proposta tesa a migliorare una situazione che, oramai, mi sembra quasi irrecuperabile.

Qualche testa benpensante si chiederà: perché il nostro ambiente sembra irrecuperabile? Perché questo Melchionda riversa sulla nostra città sempre tanto scetticismo?

In questi mesi, dopo lunghe riflessioni, qualche ricerca personale e tante osservazioni fatte sul nostro ambiente, sono giunto alla considerazione che la nostra città sia arrivata ad un bivio o, peggio, ad un punto di non ritorno.

E in questo articolo, senza dimenticare di denunciare ovviamente lo stato pietoso, osceno delle nostra strade e dei giardini pubblici lordati da cartacce, buste, ferrivecchi e quant’altro che sta comunque a testimoniare il grado di inciviltà dei cittadini sangiovannesi, voglio soffermarmi sull’inquinamento atmosferico.

Dico questo perché, come molti (almeno lo spero) avranno notato, la nostra aria è diventata irrespirabile, cancerosa ai nostri polmoni, devastante per migliaia di cittadini, mortifera per i nostri animali e scarsamente accogliente per i milioni di pellegrini che, oltre alla speranza di raccogliere e portare a casa un falso miracolo, vorrebbero poter sfruttare l’aria pulita che i nostri alberi (?) dovrebbero in teoria emanare.

La mattina, dall’alba fino alle nove, quando il cielo è terso, limpido e brillante come un diamante, la nostra città è avvolta da una cappa distruttiva; una cappa biancastra contenente polveri altamente inquinanti; una nuvola stratificata, perfida, ingannevole (molto, infatti, pensano sia foschia) che lentamente e impunemente (come tutti i disastri italici) si insinua nei nostri poveri polmoni provocando danni che pagheremo nel corso degli anni quando tutte le cure del caso saranno perfettamente inutili e costose.

Da cosa deriva questo inquinamento tipicamente da metropoli? Come mai nel Dna sangiovannese abbiamo inglobato tutti i peggiori vizi della città, rifiutando le tante virtù e possibilità di redimersi che la grande città comunque offre?

Le cause, penso, siano essenzialmente quattro: l’eccessivo traffico, piaga che nessun assessore ai Trasporti è riuscito mai a sanare; l’uso smodato e a volte inutile dei nostri riscaldamenti nei mesi invernali; la vicinanza parossistica del depuratore (che durante ogni campagna elettorale, e solo in quel frangente, sembra lì lì per essere trasferito in altri lidi) alla comunità; da ultimo, ma non per questo di minore gravità, la presenza dell’inceneritore di Casa Sollievo della Sofferenza che con le sue larghe bocche emana delle zaffate a dir poco funeste per la nostra salute.

A mio modesto parere, le radici del disastro ecologico nella nostra vadano ricercate, appunto, nei quattro punti poc’anzi elencati.

A distanza di quasi due anni cosa ha fatto questa comica e sgangherata amministrazione su un tema di così fondamentale importanza? Dire niente è poco! Dire che la comprensione del problema non è stata recepita significa peccare di buonismo! Dire che gli attuali amministratori non abbiano un’idea – dico una! – su come affrontare e, possibilmente, risolvere un’annosa e scottante patata bollente vuol dire semplicemente la verità. Nuda e cruda.

Il tempo, sindaco Mangiacotti, è scaduto! È ora che le sue mastodontiche promesse – è pura utopia? – si trasformino in fatti concreti. Senza sconti e senza concessioni!

Tutti a parlare di grandi opere, ma nessuno che calendarizza in sede di consiglio comunale il tema che dovrebbe stare più a cuore gli amministratori: la tutela dell’ambiente e, di conseguenza, la difesa della salute dei cittadini.

È grave che i Verdi e quelli di Lega Ambiente non dicano una parola in materia! Che fine ha fatto il ‘chitarrista’ Pazienza buono solo a protestare con la vecchia amministrazione per gli alberi vergognosamente estirpati dalla memoria collettiva? Cosa ci dice in proposito il presidente di Lega Ambiente (il problema cronico di questa associazione è sempre lo stesso, perlomeno nel nostro paese: tanta demagogia, tante chiacchiere, tanta ideologia politica, ma pochi fatti concreti e, soprattutto, poche proposte) bravo solo a fotografare gli scempi che tutta la classe politica, e senza distinzione di colore, ci ha propinati in questi sporchi e indecorosi dieci anni? È giusto e sacrosanto denunciare i tanti Perottini che si sono insinuati tra le nostre abitazioni, ma non dimentichiamoci degli altri fardelli ambientali…

È mai possibile che a nessuno sia venuto mai in mente di collocare nelle parti più sensibili della città degli strumenti che sappiano rilevare il tasso di inquinamento presente in maniera sottile, invisibile ma ingombrante nella nostra città?

È mai possibile che a nessuno sia venuto mai in mente di lavorare in sinergia con i reparti competenti del nostro nosocomio (sarebbe ora che si cominciasse a fare della prevenzione medico-sanitaria) che quotidianamente ricevono pazienti magari affetti da problemi respiratori dovuti all’inquinamento?

È mai possibile, dico, che a nessuno sia mai venuto in mente di costruire metri, per non dire chilometri, di piste ciclabili come avviene nelle ricche e civili città del nord Europa?

È mai possibile che a nessuno sia mai venuto in mente di estendere, anche in periferia, senza dimenticarsi del povero centro cittadino, le zone pedonali di modo che la gente cominci a sviluppare quel tanto di cultura ambientale che nella nostra città è sempre mancata?

È mai possibile, mi chiedo, che a nessuno sia mai venuto in mente di verificare se l’inceneritore di Casa Sollievo delle Sofferenza abbia tutti i requisiti per funzionare correttamente, rispettando tutti i canoni che la legge comunitaria impone?

Quando la smetteremo di costruire ville, alberghi, recinti abusivi che, magari, arricchiscono le nostra tasche, ma impoveriscono e degradano il nostro già dissestato ambiente?

Quando cominceremo a pensare più al bene collettivo che non a quello egoistico?

Non sarebbero, queste, cari lettori, seppur poste in forma di domande, delle buone proposte per risolvere, perlomeno parzialmente, questo annoso problema?

Attuare e metterle in pratica non è affatto difficile, anzi; la questione è un’altra: è che ci manca la classe politica all’altezza…

lunedì 8 gennaio 2007

Alla ricerca dell’anima e delle conoscenze perdute…

Preserverò pura e santa la mia vita e la mia arte… In quante case entrerò, andrò per aiutare i malati, astenendomi dal recare volontariamente ingiustizia e danni.


(Giuramento di Ippocrate)



Il medico e romanziere sono gli uomini che prima di tutto debbono interessarsi alle creature.


(Andrè Maurois)




Quando, nel lontano 1956, nacque Casa Sollievo della Sofferenza, dopo un iniziale e giustificato scetticismo di tanti, per non dire di tutti, l’entusiasmo, l’impegno e la professionalità cominciarono a prendere piede; nell’arco di qualche anno, con l’aiuto e le offerte di tanti benefattori, si raggiunse l’apogeo della celebrità. Tutti – medici, infermieri, tecnici, ausiliari e gli stessi pazienti – cercarono di stabilire e creare un ‘aurea che avrebbe dovuto propagarsi e diffondersi in ogni dove. Il risultato, pur con le dovute e inevitabili difficoltà contingenti, venne raggiunto. Da tutti definito un centro di eccellenza, da tutti coccolato; strutture e apparecchiature all’avanguardia; un patrimonio economico, umano, scientifico, morale cui tutti potevano trarre beneficio e conforto; nuovi reparti, viste anche le richieste, inaugurati; un vanto da difendere e preservare; una fortuna in mano che non dovevamo, però, affatto dilapidare.

A distanza di anni, cos’è cambiato nella più grande azienda non solo di San Giovanni Rotondo ma della Capitanata intera con i suoi oltre tremila dipendenti? Quali trasformazioni si sono avute negli ultimi decenni? In che stato versa uno dei nosocomi più in vista e menzionati del Meridione?

Avendo avuto la possibilità di parlare con una fetta importante del personale, pare che – situazione economica a parte, comunque in lento ma inesorabile miglioramento stando almeno alle stime ufficiali – poco sia cambiato nelle stanze delle speranza, del sollievo ma anche, oserei dire, della negligenza, dell’incompetenza e, cosa ancor più grave, dell’indifferenza.

Ha ragione da vendere il fisico Marcello Cini quando dice che “che uno dei compiti principali della medicina è quello di aiutare gli uomini a non aver paura della morte e neanche della vita. Si deve umanizzare la medicina e il rapporto tra il medico e il paziente deve diventare non solo un’alleanza terapeutica, profonda, scientifica. Compito del medico non è solo prescrivere farmaci, ma aiutare gli uomini a vivere, a morire, a combattere questo “dispregio” della vita. La medicina moderna ha dei compiti molto più grossi di quelli che aveva in passato, perché ha più mezzi, più tecnologia, più possibilità”

Entrando nel merito dei problemi presenti a Casa Sollievo della Sofferenza, mi preme cominciare questa analisi proprio dall’indifferenza, da un problema strisciante, astratto, che è impossibile toccar con mano, eppure tanto presente quanto dannoso. Quali sono, allora, le cause di questo aberrante sentimento che, indisturbato, si è infiltrato in questa mastodontica struttura? Da cosa è dovuta involuzione?

A primo impatto, a guardare le cose in maniera un po’ distratta e superficiale, si può tranquillamente dire che ciò sia dovuto, magari, anche alla ripetitività del lavoro, al fatto che dopo un po’ ci si sente nauseati e stanchi del solito tam-tam. Alzarsi la mattina, timbrare il cartellino, come se fossimo tanti automi pronti ad entrare nella schizofrenica catena di montaggio, ritmi vorticosi da sostenere inducono il dipendente (medico, infermiere, ausiliare, tecnico poco importa) ad una forma di schiavismo con le imposizioni che un regolare contratto di lavoro comunque impone.

Volendo scavare un po’ a fondo, ci accorge ben presto che, alla base del degradarsi dei rapporti umani, ci sia l’indifferenza, un ‘indifferenza che regna sovrana, un’indifferenza figlia soprattutto dello scarso amore con cui si curano i pazienti e gli ammalati cronici; dipendenti pervasi da un cinismo e opportunismo impressionanti; dipendenti distratti da troppe incombenze burocratiche.

Mi dico, a questo punto: se non si ama sé stessi, figuriamoci se si ama il prossimo più vicino!

Pazienti trattati, dunque, non come persone degne di essere confortate, bensì come numeri da memorizzare nei freddissimi e asettici computer. Pazienti trattati non come individui bisognosi di affetto, di un affetto disinteressato e spontaneo, ma come tanti estranei cui applicare la terapia necessaria prescritta per poi mandarli via il più presto possibile perché gli affari sono affari: le casse devono essere continuamente rimpinguate e aggiornate.

Ma cosa hanno nel cuore – mi hanno chiesto molti pazienti – questi dipendenti (non tutti, ovviamente: molti meritano, anzi, il più grande plauso e sostegno possibile per l’opera medico-umanitario-affettiva che svolgono ogni giorno!) che si credono onnipotenti? La pietra, è stata la mia risposta! Una pietra dura da scalfire. Medici e infermieri simbolo e specchio, quindi, della triste e affannosa quotidianità nella quale siamo avvolti e condizionati. Molti dei tanti disperati provenienti da ogni parte del Sud Italia affermano di essere stati in un Lager comodo, vellutato, ordinato, pulito ma povero del più grande bene che ogni essere umano che si rispetti richiede: quello di essere amato e rispettato per quello che è, e non per quello che ha!

Con l’arrivo di Monsignor D’Ambrosio – accolto con gioia dalla stragrande maggioranza della cittadinanza, ma, al contempo, con fischi e urla vergognosi dai frati cappuccini – che per vent’anni aveva lavorato con grande profitto nella nostra comunità, molti sostenevano che molte cose sarebbero cambiate. Che la rivoluzione morale – primo, decisivo passo verso la risoluzione dei problemi di natura economica e medica – che molti si attendevano, avrebbe dato nuovo ossigeno, nuova linfa, nuovi stimoli agli illusi speranzosi che, di fronte allo sfacelo che avevano sotto gli occhi, non avevano più la forza nemmeno di protestare.

Ad oggi, infatti, poco o nulla è effettivamente mutato. Il magistero spirituale, che avrebbe dovuto purificare le tante anime di Casa Sollievo della Sofferenza, è, almeno parzialmente, fallito. Un magistero cui avevo, da ateo, creduto convintamente.

Si doveva usare un altro metodo, magari più duro e intransigente di fronte a certe situazioni delicate? Troppo buonismo o cos’altro? Difficile dirlo, sta di fatto, però, che molti cominciano addirittura a rimpiangere gli anni nefasti, bui, nepotistici dell’oligarchia messa in piedi dai Pennelli e da monsignor Ruotolo, uomo potente e spietato, molto prodigo e generoso solo nei confronti dei suoi compaesani.

Un fallimento dovuto anche in larga parte alla cattiva condotta e alle cattive abitudini dei tanti che ci lavorano che per anni hanno fatto (e continuano a fare) quello che volevano, agendo in maniera egoistica, fregandosene di tutto quello che gli succedeva intorno. Basta, d’altronde, farsi un giro per i reparti, parlare con un po’ di gente e facilmente si arriva alla conclusione.

Se l’aspetto umano finora descritto non è dei più positivi, anzi, anche quelli più prettamente pratici – quelli che si riferiscono alla razionalità dell’uomo e alla preparazione e competenza del personale – di certo non possono definirsi immuni da grandi errori e da marchiane sviste, più o meno volute.

La regressione tecnico-scientifica, rispetto a quello che avveniva anni fa, è spaventosa: medici in fuga verso nosocomi magari meno opulenti e remunerativi ma di certo più organizzati; ricerca – fatta salva qualche lodevole eccezione – abbandonata allo stato brado; selezione del personale – ed è uno scandalo che ciò che avvenga ancora! – attuata quasi mai per meriti professionali, umani o per pubblicazioni scientifiche che certifichino realmente il valore di un professionista, bensì per conoscenza diretta; scuola per aspiranti infermieri (il famoso corso voluto da Padre Pio che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello di Casa Sollievo) dove gli esami e il tirocinio raggiungono, al contempo, il ridicolo e la vergogna: basta assistere, d’altronde, ad una qualche sessione d’esame e si comprende il livello di preparazione degli alunni, felici e fieri di essere in una sorta di suk dove i professori, molti dei quali interni a Casa Sollievo della Sofferenza, recitano il ruolo di semplici comparse; professori che, malpagati o non pagati affatto, rigettano sugli studenti le loro frustrazioni e arrabbiature: e in un ambiente dove le conoscenze intellettuali e pratiche devono essere il fondamento principale per poter intraprendere questo tipo di professione, è assurdo che nel 2006 ci sia ancora tanta disorganizzazione, tanta voglia di compromesso e, cosa ancor più grave, tanto menefreghismo; sindacati dalle mille sigle e dai mille capi sempre sul piede di guerra a rivendicare diritti e favori e mai pronti a chiedere che i loro lavoratori facciano il loro dovere, onestamente e professionalmente.

È una critica distruttiva? Non penso. I problemi, ormai strutturali, di Casa Sollievo della Sofferenza, sono atavici: tanti sono i responsabili, alcuni dei quali già puniti e spediti altrove. Ma gli altri? E gli attuali, cosa stanno facendo? In che modo si stanno adoperando per uscire da questo burrone nel quale in tanti sono sprofondati? Quando verranno riattivati i canali della ricerca, opera fondamentale se si vuol restare agganciati al treno della concorrenza? Quando verranno assegnati i posti vacanti di primariato per conoscenza, competenza, professionalità e non di certo per anzianità o per legami amicali? Quando verranno indetti i primi concorsi – fatti seriamente, senza nessun baratto, con delle regole serissime e con un controllo super partes e fuori dagli schemi soliti – che dovrebbero fornire al povero personale di casa Sollievo uomini di grande prestigio, magari anche degli stranieri, sostenuti da giovani di talento, con degli stimoli e delle idee fuori dal comune? Giovani che non siano figli di… Giovani che non abbiano legami con il signor x… È tanto difficile mettere in atto questi meccanismi virtuosi?

Il sapere, soprattutto, se si deve riversare su vite umane, magari a rischio di vita, non si deve barattare con niente e con nessuno!

Con la speranza che qualcuno ci legga, spero che queste domande non restino inevase; sarebbe ora che i dirigenti con le maggior responsabilità ci dicano, senza nessuna partigianeria o piagnisteo, quali errori sono stati commessi nell’ultimo triennio, quanto tempo ci vorrà ancora per risanare, e non solo economicamente, la struttura che un tempo era considerato il vanto della nostra città. sottrarsi al confronto, anche quello più duro e aspro, non farà che peggiorare le già disastrate condizioni di Casa Sollievo della Sofferenza.

giovedì 21 dicembre 2006

Comunista? Rifondazione…!

Ognuno racconta la storia della sua vita, io non faccio che trovar gente che me la racconta e io racconto a mia volta i fatti miei, tutti fanno così, questo è il modo in cui vanno le cose quando tutto è pericoloso.


Gertrude Stein



Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma.


Cesare Pavese



E leggendo voi che fate? Ve lo dico subito: respingete tutto ciò che non vi aggrada. Lo stesso ha già fatto l’autore.


Robert Musil


Dopo la grande e, al contempo, dannosa stagione degli anni Settanta – gli anni della contestazione giovanile – quando partecipare alla vita politica era un rito collettivo, una sorta d’iniziazione al grande ‘gioco’ della società, un ‘gioco’ dove in nome di ideali bella ma irrealizzabili si ammazzava senza tanta pietà, il partito era il punto di riferimento per molti, tanti cittadini, un centro di aggregazione per coloro che volevano contare (e non in senso carrieristico) qualcosa nella società. Nel corso degli anni i partiti italiani, più di qualunque altro sistema politico transnazionale, si sono trasformati in delle vere e proprie oligarchie, in dei clubs dove l’ingresso è riservato a soci fedeli, ortodossi e con la testa china e la schiena curva e ricurva.

Lanciando uno sguardo approfondito nella locale comunità, ci si accorge ben presto di come questo stato di cose sia ormai connaturato nel Dna dei dirigenti di tutti i partiti della nostra città. Chi più, chi meno, ma la generalità della politica sangiovannese rispecchia questo canceroso status quo, difficile da distruggere. Una democrazia, quella locale, in stato pietoso, comatoso. Una struttura partitica formata perlopiù da personaggi senza una adeguata preparazione politica e civile. Tanti ectoplasmi uniti da un fine comune: costruirsi fitte ragnatele di amicizie per poi…

Nella cronica stasi della politica locale, chi, a mio parere, avrebbe bisogno di una svolta davvero radicale, e senza nessun tipo di tentennamento, è il partito della Rifondazione Comunista, un partito che da anni (o secoli?) è rappresentato da facce che sembrano scolpite sulle rocce, un partito che volutamente fa fatica a rigenerarsi, a voltar pagina, a dare il via a quel tanto agognato (ma mai attuato) ricambio generazionale, un partito che nei suoi comunicati, nei suoi discorsi, nelle sue manifestazioni pubbliche ha delle difficoltà macroscopiche a sintonizzarsi con i desideri, le richieste (non quelle clientelari, però), i bisogni della gente, quella davvero disperata e bisognosa d’aiuto.

I vari Barbano, Capuano, Ciavarella, Gorgoglione (quest’ultimo ‘trombato’ a mille elezioni e mai stanco di presentarsi) e compagnia discorrendo hanno davvero stancato! Gente che non ha più stimoli, che ama stare sempre all’opposizione, che è brava a fare della retorica, ma che poi porta a casa pochi risultati. D’altronde basta dare un’occhiata al bottino e, soprattutto, al consenso: dire che è davvero scarso, significherebbe essere ciechi e buonisti!

Ma se lo saranno mai chiesti, gli amici comunisti, che la gente à stanca della solita tiritera, della solita zuppa, ormai insipida?

Ma se lo saranno mai chiesti, gli amici comunisti, che se si seguita di questo passo il partito va diritto alla distruzione?

Anziché pensare, segretario Barbano e compagni, alla formazione della ridicola e inconcludente associazione “Uniti a Sinistra”, succursale di quella esistente a livello nazionale, non sarebbe meglio dare una drastica spolverata al Partito della Rifondazione comunista?

Segretario Barbano, anziché lambiccarsi in elucubrazioni politiche che non le appartengono, non sarebbe più utile, una volta tanto, che si facesse, e definitivamente, da parte, dando spazio, magari, a chi è davvero in grado di imprimere la tanto agognata svolta?

Segretario Barbano, anziché esporre locandine e tazebao, che a volte sfiorano il ridicolo, con gli amici dei Verdi dove il rappresentante più noto è il ‘chitarrista’ Pazienza (che a parole sono per la tutela dell’ambiente e nei fatti sono tra i principali inquinatori dell’ambiente di San Giovanni), non sarebbe più opportuno ravvivare il povero consiglio comunale, un luogo dove la politica non si sa cosa sia, con delle proposte serie, costruttive e risolutive?

A cosa serve, ora, lamentarsi dei mastodontici errori di Mangiacotti, il Signor Sì, e della sua maggioranza che non convinceva, eufemisitcamnte parlando, sin dagli albori?

La coerenza, segretario Barbano, avrebbe voluto che il suo partito non facesse parte sin dall’inizio di questa scombiccherata coalizione: è facile, ora, scagliarsi contro il povero Signor Sì, che anziché preoccuparsi di governare questa disastrata città, pensa, piuttosto, a tranquillizzare gli uomini col saio, colpiti nei loro torbidi interessi. Il Signor Sì, che quando era all’opposizione si rifaceva a Pasolini, grande fustigatore dei vizi dei politici e della società italiana in generale, sembra diventato ora il Torquemada in versione paesana.

Tornando, però, ai disastri del partito della Rifondazione Comunista, di certo non ispira fiducia il cosiddetto vivaio comunista che si definisce “Stella Rossa 67”; un vivaio dove ragazzi e ragazzini credono ancora nel mito della falsa rivoluzione; un vivaio dove la pochezza intellettuale rasenta il nulla; un vivaio dove tra alcol, cannabis, pizze e panini strapaesani ci si dimentica spesso dell’obiettivo principale per il quale ci si aggrega: fare politica e crescere seguendo percorsi sani, concreti e realizzabili; un vivaio dove ragazzi e ragazzini credono che la proprietà privata sia un male assoluto; un vivaio dove ragazzi e ragazzini, più o meno sprovveduti, vengono falsamente indottrinati su cosa sia il bene e cosa sia il male.


Se questa sarà la futura classe dirigente della nostra città, converrà, allora, chiedere cittadinanza ad un’altra comunità…

I giovani: infelici e disperati

I ragazzi si spossano, si logorano, invecchiano, corrotti dai loro falsi amici. Quando la loro ribellione si esaurisce, come accade a tutte le ribellioni, cosa posseggono? Dei brandelli di ideologia, delle parole ripetute, degli slogan funerari ed appassiti, che abbandonano come detriti in un angolo della loro stanza. Sotto questa crosta, la loro esistenza interiore non si è sviluppata: l’infanzia è morta, senza sciogliersi nell’età matura; e ora stanno lì passivamente, né giovani né vecchi, né bambini né adulti, col volto inutilmente serio, col capo prono e chino, senza slancio, né desiderio di vivere.


(Pietro Citati)



* * *



La cronaca nera, di solito, accende i suoi riflettori, luminosi e accecanti, solo quando avviene un fatto, un episodio degni di essere menzionati. In questi giorni, il circuito mass-mediatico locale ha fatto flop: la morte di un uomo (36 anni) per overdose, da anni attanagliato da questo problema, non ha fatto scandalo e, giornalisticamente parlando, notizia.

Mi vengono, in questo caso, alla mente altre morti eccellenti: tutte accompagnate da lacrime, cortei funebri, applausi (vizio tipicamente italico) e lunghi discorsi elogiativi delle persone – ahinoi – scomparse. Ciò che mi ha colpito, in questo frangente, sono stati l’assoluta indifferenza e il totale menefreghismo della città verso una morte. Una morte proletaria, bollata dalla gente come inevitabile, cercata.

Mi vengono spontanee delle domande, allora: esistono morti di serie A e quelle di serie B?

E’ giusto far finta di niente quando un evento del genere non ci tocca direttamente?

Ci siamo mai chiesti del perché questo nostro concittadino, che tutti definiscono sconosciuto, anonimo, “abbracciasse” la causa della droga per trovare alleviamento e speranza di risorgimento dal dolore e dalla sofferenza interiori?



Questo tragico e funesto evento umano, porta alla ribalta uno dei più gravi e distruttivi problemi che la città presenti: il dilagare del fenomeno della droga. Una terribile piaga sociale che, anno dopo anno, sta mietendo vittime e, nei casi migliori, disperati alla ricerca di un’identità e immagine perdute e che, molto probabilmente, non riusciranno più a recuperare; una macchia indelebile rimarrà nei loro fragili cuori; intere famiglie si scoprono, davanti all’enormità del problema, indifese o, meglio, incapaci, di affrontare questo maligno cancro.

Osservando la nostra realtà sempre con occhio critico e distaccato, penso che, nel promontorio del Gargano, San Giovanni Rotondo sia la città che detiene un triste primato: l’uso aberrante e massiccio di sostanze stupefacenti. Un primato che molti fingono di non vedere. Un primato che nessuno, dico nessuno!, ha seriamente intenzione di affrontare. Occorrerebbe, in effetti, drasticità, serietà e intransigenza che non sono affatto presenti, in generale, nel cittadino sangiovannese.

Una droga, dunque, che scorre in grosse quantità, una droga che si disperde in mille rivoli, una droga che “viaggia” impunita, una droga – ed è questa la grande differenza rispetto ai decenni passati – diventata interclassista, di massa, dove le classi borghese e proletaria si fondono e mimetizzano come tante viscide e silenziose lucertole. Lucertole appiccicose e velenose.

Un tempo ci si “accontentava” della marijuana, dell’hashish; oggi, a ben guardare, tutto ciò non basta più. La cocaina è diventata lo status symbol del nuovo millennio. Una moda da perseguire a tutti i costi, pena l’esclusione dalle persone e dai posti che contano.

Disgustasti dal mondo, tutti a cercare di vivere fuori di sé, coltivare un proprio doppio, quel Mr. Hyde che Robert Louis Stevenson pensò come doppio cocainomane del Dr Jekyll.

Sangiovannesi dalla doppia morale: belli e puliti di giorno; tenebrosi, senza troppe inibizioni di notte. Giovani in fuga dallo stress, dalla depressione, dalla noia, dai problemi quotidiani. Giovani che cercano di correre verso l’infinito.

Eric Clapton, genio della chitarra e sregolatezza negli anni giovanili, cantava: “Quando il tuo giorno è finito e vuoi ancora correre: cocaina”.

Una soluzione, la cocaina, che sembra sia diventata il “caballero dalla triste figura”, una soluzione epocale alla nostra malinconia. Pusher e consumatori uniti da un legame che appare indistruttibile. Per cosa? Per uno sballo fuorviante. Per uno sballo che, dopo l’inevitabile euforia, provoca danni, fisici e morali, a iosa. È questo il prezzo che si deve pagare per partecipare al grande rito collettivo, a cui nessuno, grande o piccino non importa, rinuncia. Un rito collettivo che raggiunge il suo apogeo il sabato: giorno dove tutto è concesso anche perché nei restanti giorni ci si rintana in casa nell’attesa ansiosa e disperata che arrivi il grande giorno. Al diavolo tutto il resto! Quale atteggiamento devono assumere i ragazzi di questa comunità se la città stessa si presenta ai loro occhi, incolori e tenebrosi, sena anima, incapace, tra l’altro, di trasmettere emozioni e sentimenti?

È il frutto del grande benessere? Probabile. Si ha tutto nella vita, ma forse ci si dimentica che il grande assente dei nostri moribondi tempi è l’amore! Amore per noi stessi, innanzitutto: per il nostro corpo e per la nostra coscienza. E l’amore, inoltre, per il prossimo: in un mondo tutto dedito e concentrato a fare profitto – e San Giovanni Rotondo rispecchia in toto questo modo di vivere e agire – l’indifferenza la fa da padrone, senza dimenticare il cinismo.

Giovani e genitori uniti da un falso perbenismo; generazioni a confronto che, a ben guardare, appaiono confuse e stordite, lontane anni luce l’una dall’altra; generazioni che, a causa della troppa indifferenza che aleggia nelle mura di casa, non si capiscono più, dove l’unico collante che tiene unito un nucleo famigliare sembra essere il danaro, questo maledetto dio danaro che tanti danni sta cagionando alla moralità di tanti sangiovannesi.

Un’indifferenza che, anzi, contribuisce ad alimentare le forze maligne e cancerose che solo una città sana, integerrima può curare. Metastasi che si propagano in maniera indisturbata, dove chi cerca di comportarsi in maniera retta viene visto come un “diverso”. Una “diversità” che fa a pugni con la crescente intolleranza dei nostri giovani, che ti guardano con l’occhio infelice e rabbioso. Giovani conformisti che parlano, si vestono, camminano, ragionano allo stesso modo. Un conformismo che solo all’apparenza si presenta affabile e moderato, ma che in profondità ha nel suo Dna la ferocia e l’aggressività, tipiche dei nostri tempi. Ragazzi amorfi, che non si meravigliano più di fronte a niente; ragazzi già saturi, nauseati, stanchi di vivere, come se il tempo avesse già bruciato tutte le tappe; ragazzi senza più una prospettiva sicura, dovuta anche all’incertezza dei nostri maledetti tempi; ragazzi che hanno perso quell’ingenuità e quell’altruismo che un tempo erano connaturati nell’animo degli adolescenti; ragazzi che bruciano le tappe e che all’età di diciotto anni pensano di aver già percorso l’intero cammino della vita; e quando la depressione, come una appiccicosa medusa, diventa un diritto, quando uno si guarda attorno e non vede niente o nessuno che lo ispiri, quando il mondo sembra scivolare via in una gora di ottusità e di grettezza materialista. Non ci sono più ideali, più fedi, non ci sono più sogni. Non c’è più niente di grande in cui credere; non un maestro cui rifarsi.



Si tratta, insisto, della perdita dei valori di una intera cultura: valori che però non sono stati sostituiti da quelli di una nuova cultura (a meno che non ci debba “adattare”, come del resto sarebbe tragicamente corretto, a considerare una cultura il consumismo).

Un intellettuale che meglio di chiunque altro ha saputo addentrarsi nelle latebre più oscure della realtà giovanile è stato Pasolini che, a proposito di ciò, ha scritto parole che io trasferisco alla nostra città: “I giovani non hanno espressione alcuna: sono l’ambiguità fatta carne. I loro occhi sfuggono, il loro pensiero perpetuamente altrove. Essi non hanno nessuna luce negli occhi: i lineamenti sono lineamenti contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro. La stereotipia li rende infidi. Il loro silenzio può precedere una tiepida domanda di aiuto o può precedere una coltellata. Essi non hanno più la padronanza dei loro atti. Non sanno bene qual è la distanza tra causa ed effetto”. E qual è, a proposito, la cultura che i ragazzi di questa comunità tendono a diffondere e a difendere, se non quella materialistica e abietta di fare soldi, girare con auto lussuosissime, vestire con abiti firmatissimi e usare un linguaggio che, il più delle volte, si trasforma in urla gutturali?

Una città, la nostra, che ha preso, ormai da anni, il peggio della metropoli; una città che ha smarrito e distrutto il suo già delicato tessuto sociale. Il sindaco Salvatore Mangiacotti, tempo fa, disse che si sarebbe adoperato affinché questa piaga (non dimentichiamoci dell’alcol) venisse debellata. Come è possibile – mi chiedo – che ciò avvenga se gli altri responsabili di questo degrado, oltre ai già citati giovani, sono gli adulti, i nostri genitori quindi, e le forze dell’ordine locali? Siamo proprio sicuri che i diretti interessati siano realmente intenti ad affrontare tutto ciò? E con quali strumenti si intende combattere questo pesantissimo fardello? Questo nessuno lo sa!

Voglio partire, in questo caso, visto che li ho citati e tirati in ballo, proprio dai nostri genitori: da tempo li osservo, li seguo, seppure discretamente, ci parlo e mi accorgo subito di un elemento fondamentale: che non hanno i mezzi, colpevolmente, per fronteggiare una situazione che sembra sfuggirgli di mano. La famiglia era, un tempo, il punto di riferimento per ogni ragazzo: si tornava a casa, si discuteva e usciva insieme. Un luogo, anche fisico, dove le incertezze e le ansie dei figli venivano seriamente e concretamente affrontate e, in molti casi, risolte.

Un punto di riferimento che, a quanto pare, è diventato il luogo dell’abbandono, del laissez-faire e della connivenza; genitori troppo tolleranti, assenti, che trattano i figli non più come essere umani degni di essere amati, ascoltati, seguiti, bensì come un’incombenza.

Un “fastidio” che il più delle volte viene relegato ai nostri nonni, un tempo perle di saggezza e mitezza. Come ha scritto Giorgio Bocca, oggi “non esiste più la baldanza giovanile né tanto meno la saggezza degli anziani”. Genitori abbacinati dalle tante distrazioni che il mondo consumistico riserva loro: tentazioni e, perché non dirlo?, perversioni di ogni genere stanno, oramai, corrodendo ogni valore morale. Il sempre illuminato e tagliente Pietro Citati ha scritto che “oggi non ci sono più né padri né madri. C’è qualche fratello maggiore o qualche sorella maggiore, che con dolcezza imita i gesti del padre o della madre. No ci sono più leggi. Ci sono soltanto delle leggi personali: o dei simulacri di leggi, inventati giorno per giorno dalla società e dalla televisione, che aumentano l’inquietudine. Così nessuno può meravigliarsi se, a volte, nasca in molti una specie di nostalgia, o di desiderio per u tempo dove padri e madri giganteschi vegliavano sulla vita”.

In occasione di un convegno organizzato per discutere delle problematiche giovanili presenti nella nostra città, la cosa più sorprendente ed evidente è stata l’assenza dei nostri padri, un’assenza, che a parer mio, ha pesato non solo sulla qualità del convegno ma anche sulla moralità stessa dei ragazzi sangiovannesi. La presenza dei nostri padri avrebbe aiutato, e non poco, ad elevare la qualità del confronto, un confronto, ormai, troppo spesso dimenticato volutamente, relegato nei più oscuri anfratti dell’animo umano. Quali sono, allora, le colpe dei nostri genitori? Cosa potrebbero fare per preservare il capitale umano più importante che esista, ossia i ragazzi? Che battano un colpo, questi cinquantenni addormentati e vigliacchi!

Chi, a parer mio, merita una condanna, una condanna senza appello sono, inoltre, le forze dell’ordine. San Giovanni Rotondo, da anni, viene definita un’oasi nel deserto, dove la pace e la legalità regnano indisturbate. Niente di tutto questo! Una pace fintamente costruita, artefatta, che si poggia su fondamenta friabili: se scavassimo o spolverassimo la superficiale crosta, ci accorgeremmo di quante vie sotterranee e impervie vi sono al di là delle solite apparenze.

È mai possibile che nessuno si accorga di quanta droga giri impunita nei nostri vicoli e vicoletti? È mai possibile che in una città come la nostra, dove i punti nevralgici sono comunque limitati rispetto ad una grande città, nessuno riesca ad individuare i grandi responsabili di questo sporco “traffico”?

Quali difficoltà incontrano quelli che dovrebbero tutelare il relativo ordine pubblico di San Giovanni? Prima di mettere le manette ai tanti pesci piccoli, non sarebbe più opportuno e giusto scalare la piramide di questa struttura malavitosa e raggiungere la punta di questa oscura gerarchia verticistica che il più delle volte si presenta in abito elegante e lussuoso, con lo scopo precipuo di depistare le già scarse indagini su questo riprovevole reato?

Quanti occhi malavitosi, criminali cadono su una città come la nostra che, con un’attrazione turistica, monetaria e politica, almeno nel Sud, non ha eguali? Con quali mezzi, allora, si fronteggiano determinate storture? È un problema di mezzi (intendo soprattutto uomini), di intelligence o, più prosaicamente, di volontà?

Prima che il cinismo, l’indifferenza, l’ingordigia sconfiggano definitivamente l’anello debole di questa perfida società sangiovannese, sarebbe ora che ciascuno cerchi di portare il suo piccolo, ma fondamentale, contributo. Prevenzione, repressione, investimenti in opere di interesse pubblico possono essere i primi passi, se attuati con celerità e senza fini perversi e materialistici, verso la risoluzione, almeno parziale, di questi grandi mali che ho cercato di evidenziare. Solo puntando decisamente sulle nuove generazione che un paese, che vuol definirsi civile e moderno, può veramente rinascere, dopo anni di grande buio, di un buio pesto e infido.